Una buona notizia per chi crede nell’intangibilità della vita umana: i necrofili della Compassion & Choice (già Hemlock Society), che incarna la lobby eutanasica internazionale, sono rimasti scornati dalla sentenza della High Court di New York che ha affermato che non esiste alcun diritto al suicidio assistito.
Il giurista e bioeticista Wesley Smith su National Review ricorda che già nel ’97 la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva bocciato un tentativo di sdoganamento del suicidio assistito. Sulla stessa linea si sono pronunciate negli anni le High Court in Florida, in Nuovo Messico, in California, Montana e altrove. Ora, anche la magistratura di New York può essere aggiunta alla lista.
I fanatici di Compassion and Choice, nel tempo, sono andati tentando un lavoro di ingegneria lessicale (loro sono “padroni” della neolingua...). Pretendevano che i tribunali riconoscessero che quando un medico prescrive farmaci letali per consentire il suicidio, questo fosse “aiuto a morire”, e non propriamente un suicidio assistito.
Questi giochi di parole sono quanto mai perniciosi: pensate alla stessa espressione “suicidio assistito”: nel momento in cui qualcuno concretamente aiuta l’aspirante suicida egli di fatto è omicida. Eppure la neolingua – ipocritamente – usando il termine “suicidio” scarica la responsabilità della morte sul deceduto stesso (che invece senza “l’aiutante” sarebbe ancora vivo).
Ora, però, siccome il suicidio assistito nella concezione corrente è – giustamente – parificato all’eutanasia, il tentativo dei necrofili è isolare una fattispecie “diversa”: “aiuto a morire”.
Il tribunale americano ha risposto picche e ha anche specificato che il fatto che possa essere legalmente possibile rifiutare un trattamento medico non implica il riconoscimento di un “diritto a morire”.
I giudici rilevano inoltre che lo Stato persegue un legittimo scopo di prevenire i rischi di errore e di abuso: quindi non può consentire ai medici per alcun motivo la prescrizione di farmaci letali.
Redazione
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