La politica degli aiuti umanitari e allo sviluppo del governo inglese è sotto accusa: lo scorso 19 ottobre è stata proiettata, al Parlamento inglese, la prima visione della pellicola Strings Attached, un film che mostra lo strazio dell’aborto con chiarezza. Ospitato alla Camera dei Comuni grazie alla Society for the Protection of Unborn Children (che i lettori di Pro Vita conoscono bene per i frequenti rimandi ai loro articoli) e sostenuto e sponsorizzato dalla parlamentare laburista Mary Glindon.
Il film espone il modo in cui gli aiuti d’oltremare del Regno Unito vengono utilizzati per finanziare un’industria dell’aborto in piena espansione in Africa, distruggendo la vita di donne e giovani ragazze e uccidendo i loro bambini non ancora nati: contiene interviste a donne che hanno avuto una vita devastata dalla diffusione di aborti e dispositivi contraccettivi da parte di organizzazioni come Marie Stopes. Su tali sospetti, diversi membri della Camera dei Comuni e dei Lords, nelle scorse settimane avevano già chiesto chiarimenti al governo May ricevendo risposte evasive. «Il film amplifica le voci africane che non sono mai state ascoltate prima», ha dichiarato la fondatrice di Cultura della vita per l’Africa, nonché autrice del documentario, Obianuju Ekeocha.
Una chiarissima radiografia sul nuovo colonialismo occidentale, forma di neomalthusianesimo moderno, che impone l’aborto a fronte di finanziamenti allo sviluppo. Tutto ciò secondo una equazione intollerabile: più aborti=più soldi per lo sviluppo. Ecco quello che accade ai milioni di sterline di aiuti esteri forniti dai donatori occidentali, in particolare dal governo britannico, destinati ai “diritti sessuali e riproduttivi”(SRHR) in Africa.
Luca Volontè