La lettura della Morresi, su Avvenire, delle motivazioni della Consulta che riguardano la sentenza sulla diagnosi eugenetica preimpianto degli embrioni prodotti artificialmente in laboratorio fa intendere che lo spirito del dottor Mengele aleggia fra noi.
Ne abbiamo già parlato qui .
Alla faccia del principio di uguaglianza e della parità di diritti di cui tanto si chiacchiera oggi – spesso a sproposito – dice la Morresi che “persone disabili o malate, sono considerate davvero “figli di un dio minore”.
Un bambino che non sia sano avrà, d’ora in poi, un diritto affievolito a nascere, e potrà essere scartato. Si tratta di un rischioso passo verso l’eugenetica, un passo che nemmeno la legge sull’aborto aveva compiuto».
L’analogia con l’aborto, infatti, utilizzata dalla Corte, non regge: con la legge 194 si può interrompere la gravidanza oltre i tre mesi solo se esiste un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna (benché poi nella pratica, molte anomalie del nascituro costituiscano purtroppo quasi “automaticamente”, a quanto pare, un “grave pericolo” per la salute “psichica”). Qui, invece, è in ballo la salute di un bambino che è stato prodotto scientemente in laboratorio, come un esperimento: se riesce, bene, se no si butta e si ricomincia da capo.
Proprio come gli esperimenti del dottor Mengele...
Redazione