Dal suicidio non si torna indietro. Non è una morte naturale, né “dolce”, come spesso la chiamano. Non è uno spegnersi della vita, ma un attivo distruggerla. Non si può accogliere a cuor leggero una simile realtà, se non edulcorandola con falsi slogan che parlino di libertà, dignità o diritti: tutte belle parole, che, a suicidio avvenuto, non hanno dato niente al defunto, se non la morte.
Così, chi vuol propagandare eutanasia e suicidio assistito parla di queste pratiche come liberazione dalle sofferenze e morte dignitosa, banalizzando, di fatto, e non curando per niente il dolore che interiormente prova chi vi fa ricorso. Accade, così, che a Seattle un uomo di settantacinque anni, di nome Robert Fuller, abbia organizzato una festa con i suoi amici in occasione del proprio suicidio assistito, come racconta un articolo di Life News.
Da bambino era rimasto (comprensibilmente) impressionato dalla vista del cadavere della zia morta suicida dopo essersi buttata in un fiume. È da lì che ha cominciato a maturare l’idea di suicidarsi, conducendo uno stile di vita che «sfiorava il suicidio», ad esempio nella continua ricerca del contagio di AIDS, di cui vedeva morire molti suoi amici. Pare anche che abbia ammesso di aver condotto a morte uno di loro, con un’overdose di farmaci, per non farlo più soffrire.
Insomma, per dare il colpo di grazia a Fuller e spingerlo definitivamente nel baratro era sufficiente che il suicidio assistito fosse legale. E così è accaduto. Questo è il “ben servito” che gli è stato dato dallo Stato e dalla società.
Ma i sofferenti, i malati fisici e mentali, cosa meritano di ricevere dallo Stato? La morte su richiesta o aiuti, cure, sostegno psicofisico, vicinanza? Di cosa ha bisogno chi è nel dolore? Di essere aiutato a morire o, piuttosto, a vivere?
Luca Scalise