Essere, e dirsi, contro l’aborto è diventato (quasi) impossibile. O, almeno, nella cultura di morte in cui siamo immersi è oramai diventato un atto di coraggio. E bisogna essere pronti a pagarne le conseguenze.
Lo sa bene la giovane presidente di un college di Dublino, Katie Ascough, che la settimana scorsa si è vista togliere il suo ruolo per le sue posizioni di contrasto all’aborto.
Leggiamo su LifeSiteNews: «All’inizio di quest’anno, Ascough ha fatto arrabbiare gli studenti di pro-aborto eliminando le informazioni su come ottenere le pillole di aborto da un manuale degli studenti. [...] gli attivisti pro aborto del campus l’hanno accusata di censura e hanno cominciato a far circolare una petizione per la rimozione del suo incarico».
Insomma, l’aborto in Irlanda è ancora illegale – anche se le pressioni per rendere lecita l’uccisione dei bambini prima dell’estate sono veramente fortissime, e il referendum del 2018 lascia poche speranze – ma il fatto di pubblicizzarlo non viene visto in maniera problematica. Ecco quindi che, in maniera documentata e ineccepibile, la giovane Ascough ha cercato di far rispettare la legge, che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo, ahinoi) essere al di sopra di ogni ideologia. Niente da fare, il partito pro-aborto ha avuto la meglio e, con il 69% dei voti, la giovane ha perso il suo ruolo di presidente.
Questo è l’ennesimo esempio di come viviamo ormai in una dittatura: il relativismo impera. A comandare sono sempre più spesso la libertà di essere quel che si vuole (a scelta: maschio o femmina, o alternati; eterosessuali o omosessuali; genitori anche se si è sterili come singoli o come coppia...) e di fare tutto quello che passa per la testa, anche uccidere bambini innocenti nel grembo materno.
Intanto l’Irlanda pro-life non cede alla legalizzazione dell’aborto: il 26 novembre almeno 53 località, per un giorno, si trasformeranno in delle chiese a cielo aperto per dire sì alla vita, contro il referendum fissato per il 2018.
Fonte: LifeSiteNews
Redazione
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